Acqua padre

Acqua padre

Mio padre, durante la guerra, è di servizio su un dragamine della marina militare. La nave batte bandiera tedesca e solca incessantemente le acque immense del mare del nord. Un giorno la nave viene attaccata dagli inglesi. La nave affonda. Mio padre rimane illeso e si salva in acqua. All’ultimo riesce ad aggrapparsi ad un anello di salvataggio. Dopo quindici ore in acqua gelida viene salvato dall’equipaggio di una nave amica.

Non mi ha mai raccontato di più di quegli anni così lontani. I ricordi stanno sbiadendo in alcune foto ingiallite, piegate, piccolissime. La guerra, il nazismo è stato un periodo da rimuovere. Ma un rapporto viscerale con l’acqua a mio padre è rimasto.

La guerra è stato l’unico momento della sua vita in cui ha visto un po’ di mondo. Ogni tanto è tornato a Brema o ad Amburgo per fare un giretto nel porto. Ma di solito, per sognare, gli bastava portarci a fare una passeggiata sugli argini di qualche canale industriale vicino a casa mia.

Le chiatte da lavoro erano tante, portavano carbone, sabbia, ghiaia, e spesso vi era un filo con i panni stesi al vento o una macchina di piccola cilindrata parcheggiata in coperta. Noi bambini saltavamo via dalle onde che seguivano dopo il risucchio e ripulivano i sassi di rinforzo ai piedi degli argini. Mio padre, nel suo stile scherzosamente ossessivo ci faceva l’interrogatorio. Ehi, come si chiama il davanti della nave e come il dietro, e come si chiama il lato della luce verde e di quella rossa? Era sempre lo stesso rituale. Heck und Bug, Backbord und Steuerbord.

Del resto tutto il suo linguaggio era intriso di termini provenienti dal mondo della marina e della nautica. Il pavimento di casa mia era la “coperta”. Quando si lavavano i piatti doveva essere una “manovra” di tutta la “ciurma”. Per “alzarmi dal letto” dovevo “issarmi” e quando riuscivo a farmi regalare qualcosa da qualcuno avevo “tirato qualcosa in barca”.

Non avevo mai pensato di andare a finire in pianura padana. Poi invece ho scelto di lavorare in un teatro a Pontelagoscuro. Davanti al teatro in un parco un cumulo di macerie di Ponte Vecchio, tutto quello che è rimasto dopo gli attacchi degli alleati contro i tedeschi in ritirata. In fondo al parco la parete alta dell’argine. La dietro c’era un fiume, un fiume lunghissimo dal nome molto breve.

Io non mi guardavo intorno, ignoravo l’acqua. Avevo scelto un’altra strada, una vita povera, piena di sacrifici in nome dell’arte. Mi ricordo una sera seduto a tavola in una cucina allagata con gli stivali di gomma e i rospi che ci saltavano sui piedi. Era piovuto tanto in poco tempo e i tombini davanti alla porta non avevano ricevuto l’acqua in tempo. Nel gruppo in quei giorni si parlava di un progetto che legava l’Europa al Sud America “Dal Po al Rio della Plata”. Purtroppo quel progetto non è mai andato in porto.

Correvo sull’argine per allenarmi, pedalavo sull’argine per tornare a casa. Fuggivo sull’argine per riflettere, per sognare, per rendermi conto di quello che stavo facendo. Il fiume rimaneva sempre di là. Solo ogni tanto lo sguardo rimaneva fisso sulla superficie dell’acqua e in quei pochi momenti mi regalava un’idea della fluidità delle cose.

L’idea di cambiare rotta, di guardare l’acqua per davvero, di trovare una barca tutta nostra, una ludobarca, ci venne una sera con un bicchiere di vino rosso in troppo. Ci sentivamo subito pionieri.

Ma la strada da fare era ancora lunga. Dovetti prima imparare un altro mestiere, la guida turistica, che per fare bene il suo lavoro deve imparare ad amare ciò che fa vedere ai forestieri. Imparai a vivere in una città a dimensione d’uomo, una città fondata sull’acqua. Imparai ad amare Ferrara. Imparai che la gente che vive dentro le mura ha l’acqua nel suo dna ma se ne rende conto soltanto quando cominciano i reumatismi. Imparai che qualcuno di là, fuori dalle mura, era stato privato dal suo rapporto atavico con l’acqua, imparai che comunque tutti una volta vivevano di acqua.

Poi studiai le vecchie mappe e mi presentai davanti ai bambini come Kurt von Krümellos, il primo turista tedesco venuto in Italia all’epoca della rotta di Ficarolo. Ero diventato dragonauta, andai con alcuni amici strampalati alla ricerca del drago del fiume e conobbi per la prima volta il fiume visto dall’acqua. La nave dei primi dragonauti si chiamava River Queen e veniva da Mantova. Poi venne la Nena.

Una barca è una cosa che galleggia e può essere spinta da un motore. Una barca non ha freni. La differenza fra un canale e un fiume è che in quest’ultimo c’è una bella corrente. Da subito le cose più banali mi sembravano quelle più vitali.

Trovammo la Nena, questo vecchio vaporetto veneziano, dimesso, caduto in oblio, senza più porte e finestre, né timone né motore. In sei mesi riuscimmo a farla tornare in vita. La portammo nel cantiere a Mantova a rimorchio e tornò a Ferrara spinta dal proprio motore. Con il varo avevamo vinto una scommessa, con la festa dell’inaugurazione e il battesimo in mezzo a tanti amici si realizzò un vero e proprio sogno.

Ma la Nena non divenne una barca come tutte le altre. Noi marinai e capitani di acqua dolce, improvvisiamo per farla sopravvivere, ma in fondo siamo rimasti sognatori. Un giorno sognamo che i ponti e le porte delle conche si alzino come per miracolo, un altro giorno sognamo di essere i contrabbandieri delle storie del fiume o i reduci della famosa isola di Bosgattia.

Intanto il fiume, senza di noi, rimane deserto, le sue sponde discariche, dove un tempo pullulava la vita.

Su questo fiume puoi navigare per ore senza incontrare un’anima viva. Puoi considerarlo tutto tuo, la sabbia, le isole e i pesci compresi. Puoi perdere l’orientamento, essere trascinato sul fondo, risalire in superficie vicino al faro, osservarlo, ascoltarlo, raccontarlo dando voce a chi l’ha vissuto.

Avrei voluto che mio padre facesse ancora in tempo per venire a bordo. Gli avrei fatto vedere i mulinelli, i riflessi della luce, le spiagge, le piene del grande fiume. Gli avrei spiegato come si dice Backbord e Steuerbord in italiano. Gli avrei fatto capire che il fiume è il mio antidepressivo che mi permette di sopravvivere nella pianura padana, quel fiume che può essere fonte di vita come di morte, linea di confine come di giunzione fra la gente, fra due mondi, fra generazioni.

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